12/02/15 Vertice Minsk: muro contro muro

ROMA. Gli occhi del mondo sono stati puntati ieri sul vertice della città di Minsk dove Putin, Poroshenko, la Merkel e Hollande si sono riuniti per discutere il piano di pace per l’Ucraina  dell’est. L’incontro è durato più di 15 ore, tra nervosismo, sonno e stanchezza,  e si è concluso raggiungendo sostanzialmente  alcuni risultati  almeno sui punti essenziali,  tra i quali: la cessazione delle ostilità dalla mezzanotte del 15 febbraio, il ritiro delle armi pesanti e la creazione di una zona di sicurezza.

A questo proposito, il Ministro degli esteri russo ha parlato di” notevoli progressi nelle trattative”. Speriamo che abbia ragione. Purtroppo però, nonostante il vertice e tutti i buoni propositi, sul piano militare si è assistito ad una recrudescenza dei combattimenti. Inoltre c’è da sottolineare che i  separatisti filorussi delle autoproclamate repubbliche dell’Ucraina dell’est si sono rifiutati di firmare il documento di pace. Le trattative per trovare una soluzione definitiva alla crisi proseguiranno comunque nei prossimi giorni senza sosta.

Ricordiamo al riguardo che l’Unione europea ha minacciato nuove sanzioni contro la Russia in caso di fallimento degli accordi di pace e che gli Stati Uniti, con una posizione più intransigente, si sono detti pronti a fornire armi letali all’Ucraina. Ma vediamo cosa potrà succedere in futuro provando a fare un’analisi delle prospettive strategiche dei prossimi anni.

La Russia sicuramente punterà a consolidare la situazione acquisita in Ucraina, nonostante le pesanti difficoltà economiche che indeboliscono il proprio monopolio energetico. Sembra scontato infatti che la Crimea sia destinata a restare parte integrante della federazione russa  e le Repubbliche separatiste a divenire Stati a se stanti, con o senza il riconoscimento della comunità internazionale. La Russia in tal modo si  assicura sia la permanenza nel mar Nero, sia una zona cuscinetto al suo confine occidentale.

Inoltre, l’avvio di più stretti rapporti con la Cina e con la Turchia sottolinea la sua volontà  di ridurre pur se gradualmente gli scambi con l’Unione europea e di cercare nuovi mercati commerciali. L’allontanamento dai mercati occidentali chiude naturalmente anche il dialogo strategico che la Russia aveva tenuto aperto con l’Europa negli anni precedenti: un vero peccato tutto questo. Il crollo del prezzo del petrolio sta avendo effetti molto negativi su diversi Paesi tra cui pure la Russia per cui la pressione economica  su di essa  sarà inevitabilmente più forte di qualsiasi sanzione europea. In un simile scenario, la crisi ucraina potrebbe subire nuovi ed ulteriori contraccolpi. D’altra parte, la stessa crisi  è considerata dalla UE la principale minaccia alla sicurezza europea, molto più pericolosa dell’espansione violenta delle forze del Califfato. Ma qual’ è lo stato di salute militare attuale delle potenze europee, in questo quadro globale di instabilità economica, finanziaria ed energetica?

La Gran Bretagna ha dovuto procedere a significativi tagli del bilancio della sua difesa riorganizzando al ribasso il proprio strumento militare; anche la Francia ha  dovuto tagliare il bilancio della Difesa anche se in misura minore rispetto al regno Unito; la Germania infine, pur detenendo in Europa il predominio economico, non è certo un colosso dal punto di vista militare. E, gli Stati Uniti che continuano a minacciare la Russia, incoraggiando la soluzione diplomatica ma senza escludere il ricorso alle armi come sono messi?

Gli Stati uniti stanno perdendo gradualmente quel ruolo di guida e di guardiani del mondo che oggi è riconosciuto ancora ma con diverse sfumature di grigio rispetto agli anni precedenti. Inoltre, alcune relazioni con  altri Paesi si stanno costantemente deteriorando: basti  pensare ai rapporti con l’Arabia Saudita in una costante curva di peggioramento a causa delle politiche dei prezzi del petrolio. Ma allora a chi conviene fare una guerra nel vecchio Continente?. A nessuno credo.

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