08/07/14 Napoli:la banalità del male: “Io ho obbedito agli ordini”

NAPOLI. Oggi a cinquant’anni dalla prima edizione la Feltrinelli riedita l’opera della filosofa tedesca Hannah Arendt  “La banalità del male”. I temi sembrano riproporsi come tragicamente attuali. Hannah Arendt, pensatrice ebrea, amica di Heidegger e allieva di Jasper, si interroga sulla tragedia dell’olocausto e la deriva dell’uomo declinata nell’oscura formula del male.

L’opera deriva dallo studio delle centoventi udienze che hanno composto il processo del 1961 a Rudolf Eichmann. L’ufficiale nazista, responsabile dello smistamento dei deportati, rifugiato in Argentina dalla fine della guerra, viene catturato dai servizi segreti e condotto in giudizio a Gerusalemme. “Io ho obbedito agli ordini”, ripete l’uomo modesto in abiti civili, che ripulendo i suoi occhiali custodisce il perfetto ordine delle sue cose e che esalta così la sproporzione tra l’insipienza della sua esile figura e le atrocità a cui ha partecipato.

Atrocità, senza precedenti nella storia dell’umanità, nei cui confronti si pone il difficile compito di dare forma ad un giudizio per azioni fino ad allora estranee alla umana esperienza. Qui la tragedia della vita senza valore diviene orrore anche nella prossimità spaventosa tra chi uccide e chi è ucciso e quindi nel collaborazionismo sconcertante tra  funzionari ebrei e nazisti, nell’assente resistenza ebraica e nell’attentato non solo ad un popolo ma ad un’intera civiltà. Ma allora che cos’è il male nella Arendtiana veste della banalità? Per fare il male, dice, non è necessario pensare a grandi contorsioni della mente declinate nel male a dimensioni diaboliche e catastrofiche o a perversioni di chissà quale genere.

La banalità consiste in una sorta di spostamento  del concetto di responsabilità che non concepiamo più come responsabilità delle nostre azioni in ordine agli effetti che queste producono ma ne limitiamo la portata alla sola responsabilità nei confronti dei nostri superiori. Ci si inoltra in una sorta di area di completa innocenza immune da considerazioni in merito agli effetti delle proprie azioni. La portata di questa considerazione è importate e può condurci a qualche riflessione sull’aspetto tragico della nostra epoca. Sembra che nell’età contemporanea ci si trovi sempre più spesso nella condizione di obbedire semplicemente agli ordini, non ci comportiamo più in relazione ad uno scopo ma badiamo sostanzialmente al puro e semplice fare. Eseguiamo bene gli ordini e siamo giudicati in funzione dell’efficienza: si chiede di essere bravi, di essere capaci, di far bene il proprio lavoro e siamo apprezzati nella misura in cui eseguiamo bene o male gli ordini. Ma gli effetti finali delle azioni che seguono gli ordini li consideriamo oppure no? Non ci riguardano?

Alberto Di Palma

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