01/12/15 Il nemico è tra noi: terza parte

ROMA. Il nemico è tra noi e la guerra dichiarata dallo Stato islamico al mondo occidentale è appena iniziata. Il nostro Paese ha deciso, per il momento, di non scendere in campo, probabilmente per non risvegliare le cellule dormienti che vivono nel territorio e per evitare conseguentemente il rischio di terrorismo in un periodo così delicato come quello del Giubileo.  La stessa cautela è utilizzata più o meno dalla maggior parte dei Paesi europei  che, non reagendo militarmente alle minacce islamiche, hanno preferito stare in trincea, badando solo a proteggersi meglio. Ma la storia, badate bene, insegna che nessuno ha mai vinto una guerra incrementando semplicemente le proprie difese.

 Questa situazione conferma la tesi  che l’Europa è unita solo per quanto riguarda la sua moneta unica e non riesce purtroppo ad esprimere mai  una politica ed una strategia condivisa, con l’effetto che ognuno dei suoi componenti va avanti ( o indietro a seconda dei casi ) in ordine sparso.  Ma vediamo di chiarire ora le  variegate posizioni delle potenze che hanno deciso  di combattere il Califfato.

 La Francia, coinvolta direttamente negli attentati  di Parigi, ha reagito violentemente contro il terrorismo bombardando senza sosta le città controllate dal Califfato; ha dichiarato lo stato di emergenza, pur a tempo determinato, e ha lanciato un appello all’unità e alla coesione tra gli Stati dell’Unione. Ma, come ho avuto modo di sottolineare, non ha raccolto, almeno sinora, alcun sostanziale consenso, solo una pallida e sbiadita solidarietà. La solitudine francese per fortuna è stata mitigata dall’intervento russo, dopo l’attentato all’aereo di linea nei cieli del Sinai. La Russia infatti  ha rotto gli indugi  scaricando tonnellate di bombe sulle truppe del Califfato, oltre che naturalmente sui ribelli che combattono l’amico Assad. Lo sforzo militare di Mosca è davvero imponente, a tal punto che la Russia è tornata al centro della scena politica internazionale e Putin è diventato il leader indiscusso nella lotta al terrorismo. Gli Stati Uniti di contro, pur continuando i bombardamenti sulle truppe islamiste con immutata frequenza, hanno perso la leadership della guerra al Califfato e al terrorismo in generale. La Turchia sembra seguire una politica ambigua: da un lato bombarda i terroristi dell’Isis , dall’ altro guarda con sospetto e preoccupazione l’avanzata delle truppe curde impegnate anch’esse nelle lotta al terrorismo.  Dopo l’inaccettabile decisione di abbattere un jet russo, la Turchia ora è accusata da Mosca di acquistare petrolio direttamente dallo Stato islamico.  I Paesi arabi, sono uniti  solo a parole nello sforzo militare contro l’Isis; in realtà hanno il timore che una sconfitta del Califfato possa avvantaggiare indirettamente i loro acerrimi nemici iraniani. Come vedete, quindi, una serie di interessi diversi che rendono più problematica la guerra al terrore.

 Tuttavia un risultato di rilievo probabilmente si è ottenuto. E’ notizia di ieri infatti che il Califfato sta abbandonando le città controllate, semidistrutte dai bombardamenti, per concentrarsi in territorio libico, soprattutto a Sirte. Questa nuova situazione merita almeno due considerazioni. La prima, negativa per noi, è quella che i terroristi dell’Isis, arrivati sulle coste libiche da cui partono le ondate migratorie dirette verso l’Italia e la Grecia, minacciano ancor più da vicino il nostro Paese ( la Sicilia dista solo 450 Km e Lampedusa circa 300). La seconda, positiva, è che gli effetti dei bombardamenti soprattutto su Raqqa, roccaforte del Califfato, sono stati così deleteri da costringere lo stato maggiore dello Stato islamico a fuggire verso la Libia, che come sapete è in piena guerra civile.

 Comunque, nonostante queste novità, l’Europa non intende muoversi e l’Italia, in particolare, sembra puntare tutto su un incremento della sicurezza interna, o meglio sulla sicurezza e sulla cultura come ha avuto modo di sottolineare il nostro Premier Renzi.  

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