19/02/15 L’utopia di una pace mondiale : La crisi ucraina, parte seconda

ROMA. La crisi ucraina è considerata da quasi tutti glii analisti la principale minaccia alla sicurezza europea,persino superiore a quella espressa delle forze del Califfato. Il cessate il fuoco in Ucraina, firmato il 12 febbraio u.s. a Minsk, aveva fatto sperare in un periodo di pace ma i combattimenti , purtroppo,  continuano ancor oggi a mietere vittime.

I ribelli filo russi infatti hanno appena conquistato un altro nodo strategico, la città di Debaltseve, e le forze armate di Kiev, inferiori per uomini e mezzi, si stanno lentamente ritirando dai territori in rivolta. La crisi in questo Paese rischia quindi di non risolversi in tempi brevi e di rimanere congelata in attesa di un lungo periodo di attività diplomatica che ridefinisca la questione della Crimea.

Su questo punto, tuttavia, credo di non avere dubbi: la Crimea è destinata a restare parte integrante della Russia, mentre le Repubbliche separatiste del Donbass, Luhansk e Donetsk, che hanno espresso la  volontà di staccarsi dall’Ucraina, probabilmente diventeranno Stati indipendenti, sempre nell’orbita della Federazione russa. La Russia in tal modo risulterà vincente nel quadrante dell’Europa orientale essendosi assicurata sia la permanenza nel Mar Nero, sia la presenza di una zona cuscinetto al suo confine occidentale.

Ma ora vediamo di risalire alle cause che hanno generato  questo conflitto. La crisi è nata quando l’Ucraina ha cambiato il proprio orientamento politico, da filorusso con il   Presidente V. Yanukovich  a filooccidentale  con il Presidente attuale P. Poroshenko. La Russia  ha reagito dunque al rischio, peraltro assai probabile, di una integrazione  dell’Ucraina, sino ad allora neutrale rispetto ai blocchi militari, nella struttura della Nato.

Allo stato attuale, è chiara l’inferiorità delle forze armate di Kiev rispetto alle forze avversarie e l’incapacità di riconquistare le regioni controllate dai separatisti filorussi. Ma se l’Ucraina piange, di certo la Russia, pur vincendo il confronto, non ride. Infatti, la Russia è attualmente alle prese con una situazione economica  di non facile gestione, aggravata dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione europea , da una netta diminuzione dei proventi delle esportazioni  in conseguenza del calo del prezzo del petrolio, dalla svalutazione del rublo, da un significativo calo demografico e da una preoccupante fuga di capitali.

Occorre sottolineare al riguardo che la caduta del prezzo del petrolio ha causato alla Russia la perdita di ben 100 miliardi di dollari solo nel 2014, mentre le sanzioni  hanno determinato una ulteriore perdita di 40 miliardi. Con il crescente isolamento internazionale e l’avvio di una fase recessiva , in Russia potrebbero sorgere possibili ripercussioni in ambito politico e sociale, ovvero ricadute della crisi sulla popolazione con aumenti dei prezzi al consumo ed incrementi della disoccupazione.

Il  partenariato rafforzato con la Cina e l’avvio di più stretti rapporti con la Turchia mettono a nudo l’obiettivo russo di ridurre al lumicino gli scambi con l’Unione Europea, rea di aver applicato le sanzioni, e di cercare altri mercati sinora considerati secondari. Ma all’Europa conviene davvero tirare ulteriormente la corda?

Ricordiamo a questo proposito che in risposta alle sanzioni, la Russia ha imposto il divieto di importare prodotti alimentari danneggiando così i Paesi europei esportatori di frutta, verdura, carne e prodotti caseari. La Russia invece dovrebbe essere un alleato naturale dell’Europa e non un nemico da combattere anche perché sono molti gli interessi strategici comuni.

A mio parere quindi sarebbe molto più proficuo per tutti ripristinare quanto prima possibile opportune relazioni politiche e diplomatiche con la Federazione russa e cercare di arrivare ad una pacificazione attraverso la diplomazia. In tal modo, l’attenzione dell’Europa potrebbe essere rivolta ad altre minacce che si profilano nel Mediterraneo.

 

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