05/06/17 Piazza San Carlo, le testimonianze di due giovani napoletani

TORINO - "Perché farsi due giorni di viaggio per una partita? In quegli istanti ho pensato alle parole di mia madre. Come potevo spiegarle che quella notte ne racchiudeva altre mille?". Antonio è un ragazzo di Frattaminore (provincia di Napoli, ndr) , 25 anni, da sempre tifoso bianconero, e sabato si trovava a Piazza San Carlo a sostenere da lontano i propri beniamini quando Juventus-Real Madrid si è trasformata in un incubo per centinaia di persone: "Tutto era stato bellissimo. Il viaggio con gli amici di una vita, le 12 ore ad aspettare sotto al sole per accaparrarci i posti in prima fila. Poi sono scoccate le 22.45 – ha raccontato il giovane in un post sul proprio profilo di Facebook – e sono stato travolto da migliaia di persone. Bambini in lacrime, ragazze disperate, sangue. C'era una sedia capovolta, questa un'immagine che mi resterà impressa. Ho avuto paura di morire. Ho perso tutti gli oggetti che portavo con me e sono rimasto chiuso in un ristorante fino a tarda notte, anche lì si è creato il panico. Dopo ore, sono finalmente riuscito a ritrovare i miei amici. Spero che tutti ragazzi con le quali ho condiviso questa giornata, che ho avuto il piacere di incontrare oggi, stiano bene. Non dimenticherò mai più questi giorni".

 Anche Andrea, napoletano di Casalnuovo, era in loco per tifare Juve: «Il tempo di voltarmi per parlare col mio amico, dopo il 3-1 di Ronaldo, e vedo la folla davanti a me, indemoniata, che ci sta correndo contro – ha raccontato il ragazzo di 23 anni ai microfoni di VoceNuova.Tv – Noi iniziamo a scappare, fino a che inciampo su un'altra persona e resto a terra. Fortuna che un ragazzo mi ha dato una mano a rialzarmi. Quando la situazione si è un minimo tranquillizzata, io e i miei amici abbiamo iniziato a fare il possibile per aiutare le persone che erano rimaste ferite, visto che a terra era un letto di vetri rotti». Sulle cause, Andrea ha detto la sua: «Da quello che ne so, è stata una bravata. Un ragazzo forse voleva fare il simpatico, con la paura che c'è in giro, e ha finto di essere un kamikaze. Ovviamente ha creato panico. I controlli? Pochi. La polizia ha semplicemente aperto le nostre borse senza guardarci davvero dentro. La presenza di soccorsi e di celerini era secondo me piuttosto scarsa per un evento del genere».

 Ciò che è accaduto in Piazza San Carlo è una vera e propria tragedia, si contano circa 1500 feriti e alcune persone, a quanto pare, lottano tra la vita e la morte. Un dramma che va attribuito anche ad una superficialità di fondo nell'organizzare un evento al quale hanno preso parte circa 30mila persone. Secondo più fonti (tra le quali Il Fatto Quotidiano, ndr), la piazza non sarebbe stata adatta ad accogliere un numero così elevato di persone e le vie di accesso ad essa, strette, avrebbero poi ostacolato la fuga della folla in delirio. «Avrebbero dovuto organizzare in almeno tre piazze diverse con più di un maxischermo. Tutti lì eravamo come topi in gabbia».Poi, se si vuole analizzare quanto accaduto, non può non venire in mente un'altra chiave di lettura: la psicosi da terrorismo. Qualunque sia stata la ragione -un petardo oppure un "Bomba! Bomba!" urlato da un furbacchione con la mente annebbiata da qualche sostanza – è comprensibilissima la reazione della folla, composta da singoli individui che, ormai con una certa regolarità, leggono di Bataclan, Manchester, London Bridge e che, magari non ammettendolo nemmeno a loro stessi, partecipano ad eventi del genere con un certo grado di timore. "We live in troubled times", cantano i Green Day in un brano scritto proprio in seguito all'attacco terroristico a Parigi del 13 novembre 2015. Ed è vero, viviamo in tempi difficili.

 

 

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