30/09/15 Genova: arrivano i Capolavori del Detroit Insitute of Arts

GENOVA. A Palazzo Ducale saranno esposti per un tempo lunghissimo, sei mesi, cinquantadue capolavori, alcuni mai usciti dagli Stati Uniti, dell’arte europea tra Otto e Novecento. Si tratta della grande mostra “Dagli impressionisti a Picasso”, cucita con il cuore del patrimonio del Detroit Institute of Arts

Si tratta  della mostra “Dagli impressionisti a Picasso”, cinquantadue opere, dagli anni Settanta dell’Ottocento agli anni Quaranta del Novecento, conservate al Detroit Institute of Arts, alcune di esse mai uscite dalle sale del museo, dopo esserci entrate dopo avventurosi viaggi arrotolate in valige attraverso l’oceano, sfuggendo ai roghi nazisti.

È arrivato  a Genova l’ambasciatore americano in Italia, John R. Phillips, ad inaugurare un’operazione culturale senza precedenti a Genova: «È un evento importantissimo », ha chiarito. Curata da Salvador Salort- Pons, da poche settimane diventato anche direttore dello stesso Detroit Institute of Arts, e da Stefano Zuffi, con il supporto finanziario di Carispezia, la mostra sgrana capolavori eccezionali della storia dell’arte e della cultura europea tra i due secoli, appuntandoli su un allestimento che li valorizza pur rispettando il contesto, l’Appartamento del Doge, scandendo le sezioni con sfondi nitidi che, attraverso gli avvicendamenti cromatici, dai rosa sfocati ai verdi agli azzurri, fanno emergere la potenza delle opere, che un precisa illuminazione rende perfettamente leggibili.

Si comincia “Cercando il sole”: è il titolo della prima sala che, come tutte quelle più ampie della mostra servono da bussole temporali per guidare il visitatore alla scoperta dello spirito del tempo. Sette opere che riverberano la luce sui colori, dell’impressionismo. Le farfalle di Monet, che misurano l’aria, nei “Gladioli” del 1876. La favolosa “Donna in poltrona” di Renoir, dell’anno cruciale per l’impressionismo, il 1874, anno della mostra “manifesto”, nello studio del fotografo Nadar, che sancì l’esitenza di un movimento che faceva dell’arte un rilevatore scientifico della sensazione visiva.

La pelle dai riflessi verdi, il giallo e il blu che formano il vibrare della veste bianca, l’ombra gialla, quasi aranciata, del collo. C’è anche il piccolo figlio dell’artista, quello che diventerà il celebre regista Jean Renoir, ritratto come Pierrot.

«Sono dipinti che ho visto tante volte nel nostro museo, ma qui diventano più comprensibili, sembrano raccontare una storia nuova», ammette Salvador Salort- Pons. Poi cominciano i camei. Ecco la sala di Degas, con cinque opere che toccano tutti i principali temi. Le figurette veloci delle ballerine, innanzitutto, “nella stanza verde”, o la trasformazione del realismo in impressione, con la “Donna bendata” paradigmatico, del 1873. Poi i cavalli, “Mademoiselle Malot”, un interno. Favoloso, arriva subito dopo, nella quarta sala, Paul Cézanne, con quattro opere. Una bellissima “Montagna Sainte-Victoire” del 1906, un topos per il pittore, che torna a ritrarla continuamente, al variare delle ore del giorno, della luce, delle stagioni. E il ritratto di “Madame Cézanne”, precedente, del 1886, dove le forme sono costruite sotto il rimbalzare della luce, il corpo è già struttura e qui l’artista si allontana dalla impercettibilità della forma degli impressionisti “puri”.

Quinta grande sala: la svolta. L’impressione si incrina, nelle fratture si intravvede l’inconscio. La lunga assuefazione alle sensazioni, rende più amplificata la vita interiore. Avanzano le inquitudini Simboliste, con Odilon Redon, qui con un’opera che pare decorativa e invece traccia le traiettorie dell’inquietudine, un bellissimo Autoritratto di Gauguin, dove i colori diventano aciduli, più pastosi. E un’opera, la prima di Van Gogh ad entrare in un museo americano, “Autoritratto con cappello”, che indica come la pennellata veloce degli impressionisti possa essere usata per tracciare la compulsività di un gesto inquieto. Bellissima l’Anziana contadina dell’unica pittrice inclusa nella mostra del Ducale, Paula Modersohn-Becker, già del 1905, solidifica la figura recuperando la tradizione della scultura tedesca ma comincia a far virare i colori verso tonalità stridule. Dei tre Matisse, “Il Caffé” e, preziosa “La finestra “, mai uscita dal museo americano.

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