13/03/13 Che ne sarà della nostra scuola?

Ciò che resta dopo la polemica sul “concorsone” e il TFA è un'amara riflessione; a essere in gioco non è solo la questione del reclutamento docenti ma il destino della scuola stessa. Oltre alla questione del cosiddetto “concorsone” anche quella dei TFA speciali è ancora sulla bocca di tutti. Concepiti per permettere a docenti che hanno totalizzato un certo numero di giorni di servizio di conseguire l'abilitazione senza alcuna procedura concorsuale, essi rappresentano, attualmente, la mela della discordia tra gli aspiranti docenti italiani. Gran parte del mondo politico è schierato a favore di quella che molti considerano una corsia preferenziale per l'accesso all'insegnamento. La situazione è complessa se si pensa che, dopo la chiusura della scuola di specializzazione, SSIS, avvenuta nel 2008, in Italia, fino al 2012, non era possibile conseguire questo titolo, condizione indispensabile per diventare titolare di una cattedra. Addirittura chi poteva, volava in Spagna per ovviare a questa mancanza. Oggi, invece, se desideri diventare insegnante hai due possibilità: o superare un concorso, il TFA ordinario, oppure se vanti anni di “esperienza” di insegnamento, puoi conseguire il titolo d'ufficio, accedendo senza alcuna selezione al TFA speciale. Purtroppo, però, è passato del tutto inosservato che il TFA ordinario riconosceva un punteggio a chi aveva maturato almeno 360 giorni di servizio, chiaramente dopo aver superato le tre prove concorsuali. Ciò che sfugge ai più è che la questione non è tanto quella di favorire alcuni piuttosto che altri: ad essere in gioco è il destino della scuola stessa, che va riformata a partire proprio dal corpo docente, il suo cuore pulsante. La scuola ha bisogno di docenti preparati e carismatici, capaci di formare le giovane menti. La nostra società è in continua trasformazione e la scuola deve adattarsi ai cambiamenti, saperli interpretare e raccontare, se vuole formare cittadini maturi e consapevoli. Per raggiungere tale fine il nostro Paese ha il dovere di investire nella qualità del corpo docente, il quale, prima di conseguire il titolo di abilitazione, deve dimostrare di meritarlo, sottoponendosi a una regolare procedura concorsuale. Molti aspiranti docenti lo hanno fatto, hanno studiato e superato una durissima selezione. Molti altri, invece, pur di conseguire il punteggio, accettano di parcheggiarsi per anni presso un istituto paritario in attesa di una “sanatoria”. E la sanatoria è arrivata. Peccato che non ne avevamo bisogno. Abbiamo bisogno, invece, di una svolta vera e propria per ridare valore alla nostra scuola, il cui prestigio è in rapido declino. Essa è l'anello di congiunzione tra il passato e il futuro, essa fornisce quegli strumenti che permettono ad un individuo di emanciparsi dalla propria condizione, insomma essa permette a chiunque di essere “faber ipsius fortunae suae”. Abbiamo, dunque, bisogno non di sterili querelle e né di un ulteriore sanatoria, piuttosto dobbiamo batterci affinché in Italia ci sia una reclutamento dei docenti all'altezza delle nostre aspettative, perché i nostri figli hanno il diritto di avere insegnanti capaci e preparati, insegnanti che hanno dimostrato il proprio valore, che hanno studiato e rispettato le regole. Insegnanti che diano loro il buon esempio e trasmettano valori come il rispetto, il senso di responsabilità e il coraggio di sacrificarsi per realizzare i propri obiettivi.

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