22/09/14 Il caso Marò: errare è umano, perseverare diabolico

ROMA. Se da un lato ci  possiamo dichiarare soddisfatti del ritorno in famiglia del fuciliere di marina LATORRE, dall’altro dobbiamo ancora una volta dolerci per il fatto che non si conoscono ne’ i termini né i tempi di conclusione di questa infinita vicenda.

Per sintetizzare al massimo la questione, che ormai tutti conoscono, dobbiamo sottolinearne i due aspetti basilari: primo, i fatti contestati ai marò sono accaduti in acque internazionali, su una nave battente bandiera italiana, per cui i due fucilieri devono essere giudicati in territorio italiano; secondo, per i due militari vige il concetto dell’immunità funzionale in quanto hanno agito in qualità di organi dello Stato. In realtà, l’Italia avrebbe dovuto far valere da subito questi concetti essenziali e soprattutto far valere il suo peso internazionale imponendo al governo indiano il rispetto delle norme internazionali.

Avrebbe dovuto chiamare in causa le organizzazioni internazionali di cui fa parte e alle quali offre costantemente uomini e mezzi. Ma come non ricordare a questo punto le raccomandazioni fatte a suo tempo dall’Onorevole Domenico Rossi del Gruppo per l’Italia, attualmente Sottosegretario alla Difesa, che a gran voce chiedeva di ricorrere subito ad un arbitrato internazionale, di porre in discussione l’illegittima giurisdizione dell’India e di invocare infine la questione dell’immunità funzionale poiché i due marò stavano funzionalmente operando per lo Stato.

Eppure, i governi italiani che si sono succeduti non hanno fatto nulla di questo: tre governi  di fila hanno ritenuto opportuno di non alzare i toni contro l’India perché questa si poteva risentire. Tre governi hanno ritenuto, sbagliando, di risolvere la questione, utilizzando semplicisticamente le loro reti di rapporti e di conoscenze. Hanno risarcito le famiglie dei pescatori, sperando di risolvere la questione ed hanno pagato fior di milioni agli avvocati indiani senza aver registrato nella difesa processuale alcun progresso.

Ma ciò che sorprende di più è la circostanza che l’attuale  governo non ha ancora avviato alcuna procedura per internazionalizzare la questione, mortificando così ancor di più gli uomini e le donne in divisa. Ora è arrivato il momento che l’Italia cominci finalmente a difendere i propri interessi ed i propri soldati, pretendendo che l’Unione Europea applichi  sanzioni efficaci nei confronti dell’India, non della Russia come sta facendo, perché queste ultime, se ci pensate bene, vanno palesemente in contrasto con i nostri stessi interessi.

Ci vuole in sostanza uno scatto di dignità e di orgoglio nazionale per risolvere definitivamente la questione, altrimenti agli occhi del mondo la nostra immagine diventerà sempre più debole e poco credibile. Del resto non è mai troppo tardi per correggere gli errori.

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