22/04/14 La tradizione dei Fujenti ad Aversa

AVERSA. Corrono, piangono, pregano, gridano, strisciano, implorano, imprecano, si gettano in ginocchio e avanzano fino all’altare. Lì, al cospetto della pietosa Madre dell’Arco culmina il concitato e drammatico pellegrinaggio che porta ogni anno, il lunedì di Pasqua, una fitta, interminabile schiera di devoti scalzi a ripercorrere un antico itinerario di dolore fino al santuario di Maria Santissima dell’Arco, a Sant’Anastasia, dodici chilometri ad est di Napoli.

Sono i "fujenti", detti anche "battenti", i devoti dell’icona dolente, della Vergine dal volto ferito: forse la più antica fra le Madonne che sanguinano. E’ proprio la ferita, simbolo di un dolore antico, all’origine del primo miracolo di questa prodigiosa immagine. I fujenti (il termine in napoletano indica appunto coloro che corrono) sono scalzi per voto e, sempre per voto, devono compiere di corsa almeno l’ultimo tratto del pellegrinaggio, forse in ricordo della corsa frenetica dello scellerato giocatore ed in espiazione del suo peccato.Questo è un evento unico per ampiezza, fede e folklore, la cui tradizione è trasmessa di padre in figlio da 500 anni Caratteristici sono i devoti a questa Madonna, chiamati fujenti ("coloro che corrono in atteggiamento di fuga" ), dal modo di procedere verso il Santuario.Vestono ritualmente una particolare divisa conservata nei secoli: camicia e pantaloni bianchi (il bianco, simbolo di purezza), e portano una fascia azzurra a tracolla con l'immagine della Madonna. L'azzurro è il colore della Madonna, chiamata spesso proprio "Mamma Celeste". Hanno una fascia rossa alla vita, e fino a pochi anni fa partecipavano tutti a piedi nudi e ora in gran parte con scarpette bianche. Sono anche detti "battenti" per l'azione del battere costantemente i piedi a terra in modo ritmato e cadenzato Nel quattrocento sorgeva un'edicola dedicata alla Madonna sul margine della via che collegava a Napoli i vari comuni vesuviani, nel lato del Monte Somma. Tale edicola era a pochi chilometri dalla Capitale del Regno, in territorio del comune di Sant'Anastasia nella contrada che si chiamava "Arco" per la presenza di arcate di un antico acquedotto romano. Il Domenici parla di un arco "grande, antico di fabbrica che li faceva (all'immagine) ghirlanda e corona e la difendeva dalle piogge, grandine e tempeste... e che era rifugio degli uomini e degli animali". Perciò l'immagine era detta "Madonna dell'Arco".

L'edicola, come ci testimonia frate Ludovico Ayrola, in uno scritto della fine del seicento, era formata da "una piccola, povera ed antica conicella di fabbrica, in cui con semplici colori effigiata si vedeva la gloriosissima Vergine Maria con faccia grande e sovramodo venerabile". Il lunedì di Pasqua del 1450, celebrandosi come di consuetudine ogni anno, dagli abitanti della contrada una festicciola in onore della Beata Vergine Maria, avvenne un prodigio che richiamò su qull'immagine l'attenzione di tutti i fedeli delle terre circonvicine. Presso l'edicola tra le altre cose si giocava a palla-maglio; il gioco consisteva nel colpire una palla di legno con un maglio, e vinceva colui che faceva andare più lontano la propria palla. Tirò il suo colpo il primo giocatore, poi l'altro, tirò il suo con più energia ed abilità tanto da poter esser certo della vittoria se questo tiro non fosse stato fermato dal tronco di un albero di tiglio, che era sulla direzione e vicino all'edicola della sacra immagine. Indispettito e fuor di sè dalla collera, questi bestemmiò ripetute volte la Santa Vergine, poi, raccattata la palla dal suolo, al colmo dell'ira, la scagliò contro l'effige, colpendola alla guancia sinistra, che subito, quasi fosse stata carne viva, rosseggiò e diede copioso sangue.

Gli astanti che, attratti dal gioco, si erano fatti intorno ai due giocatori, ebbero un grido di orrore. Riavutisi dallo stupore, i presenti presero il disgraziato, e gridando ad un tempo miracolo e giustizia, ne avrebbero fatto scempio, se non fosse giunto opportuno a liberarlo dalle loro mani il conte di Sarno, Gran Giustiziere del Regno, comandante la compagnia contro i banditi. Questi, trovandosi nella contrada, richiamato dal tumulto, accorse con i suoi uomini e s'impadroni del reo, cercando di calmare e trattenere la folla eccitata che chiedeva giustizia. Sparsasi intorno la fama dell'accaduto, fu un accorrere quotidiano di fedeli. Per venire incontro a questi fedeli, proteggere la sacra Immagine e celebrare la liturgia fu costruito prima un tempietto, con un altare dinanzi, poi, più tardi, una chiesetta e due stanzette, una a pianterreno ed una superiore, per ospitare un custode. Nacque così il culto per questa Madonna che ben presto si estese a tutti i paese vicini, culto vivissimo ancora oggi.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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