16/02/15 ISIS: il nemico alle porte

ROMA. In Libia regna ormai il caos. Quasi tutto il territorio libico è fuori controllo. Chi comanda a Tripoli e in altre importanti città del Paese, come a Sirte appenaconquistata, è il Califfato e  le tristemente note bandiere nere dell’Isis.  Anche l’Italia ha lasciato la Libia: l’unica ambasciata europea ancora aperta, quella italiana, è stata frettolosamente chiusa e i nostri compatrioti rimpatriati nella notte.

A questo proposito c’è da sottolineare che dalla caduta di Gheddafi, la Libia è in preda ad una violenta e sanguinaria guerra civile tra fazioni in lotta e milizie armate che si fronteggiano tra loro, rendendo la situazione del Paese assolutamente ingovernabile. E, come sappiamo, il caos ed il disordine rappresentano il terreno più fertile per le azioni terroristiche. L’ultimo video del Califfato mostra una serie di decapitazioni:  si tratta di un gruppo di lavoratori egiziani copti, sequestrati a capodanno  nella città di Sirte. C’è poi nel video, diffuso proprio nel giorno in cui l’Italia chiude la sua ambasciata, una chiara, diretta e preoccupante minaccia al nostro Paese:  “Siamo ormai in Libia, a sud di Roma”.

Questi i fatti recenti;  vediamo ora quali sono state le reazioni internazionali partendo dal Paese che sta piangendo le ultime vittime dei jihaidisti, cioè l’Egitto. L’Egitto non ha perso tempo: ha convocato un vertice politico e militare ed ha inviato a New York il proprio Ministro degli esteri per chiedere l’intervento dell’ONU. Nel frattempo, però, senza indugiare troppo, ha bombardato alcuni obiettivi sensibili del Califfato in Libia, tra cui campi di addestramento e depositi di munizioni. E noi che reazioni abbiamo avuto?

La Farnesina, sulla fuga degli italiani dal Paese in guerra, ha minimizzato, sostenendo che non si è trattato di una vera e propria evacuazione di cittadini ma di una semplice operazione di alleggerimento. I ministri della Difesa e degli esteri ,  in merito alle minacce di invasione,  hanno dichiarato che l’Italia sarebbe pronta a guidare una coalizione di paese europei e nordafricani per fermare l’avanzata del Califfato.

In ogni caso,al di la di queste reazioni, bisogna prendere atto della strategia con cui si muove lo Stato islamico: prima si infiltra gradualmente nei territori che vuole occupare, senza destare troppa attenzione, come è successo di recente in Libia,  poi avanza , uccide e travolge ogni   resistenza, portando avanti il suo ambizioso progetto di espansione verso l’occidente. Il peggioramento della situazione richiede naturalmente una maggiore assunzione di responsabilità non solo da parte del nostro Paese ma anche da parte dell’Europa unita e dell’ONU.

Fatte queste premesse, vediamo ora cosa bisognerebbe fare in Italia a  livello politico, diplomatico e militare. Prima di tutto esplorare celermente la via diplomatica, nel senso di mettere d’accordo i due governi libici che si contendono il controllo del territorio in modo che si uniscano nella lotta comune contro le forze del Califfato. Questo tentativo tuttavia, pur necessario, richiederebbe tempi  troppo lunghi per la situazione di emergenza che stiamo per vivere. 

Nel contempo, occorrerà rivolgersi immediatamente al Consiglio di sicurezza dell’ONU, come ha fatto l’Egitto, e all’Unione Europea, anche se purtroppo sembra molto lenta nel prendere delle decisioni,  riferendo altresì la situazione in Parlamento al fine di ottenere il mandato per un’ azione militare da condurre in seno ad un’adeguata coalizione di stati.

Del resto, il nostro Paese non può rinunciare a svolgere un ruolo di primo piano nel mar Mediterraneo e non può permettersi di attendere oltre, per reagire alle minacce jihaidiste. C’è poi da considerare la circostanza, abbondantemente confermata, che il caos e la violenza che dilagano in Libia favoriscono in maniera impressionante il fiorente traffico di esseri umani: pensate che solo nella giornata di ieri sono stati avvistati ben  11 barconi di migranti con 2100 persone a bordo e che una nostra motovedetta è stata affiancata e minacciata da  una imbarcazione non meglio identificata.

Mi si perdoni infine questa ulteriore ultima considerazione: ogni decisione che sarà presa, sarà comunque una decisione tardiva. Purtroppo, in Europa le istituzioni si accorgono del pericolo con molto ritardo.

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