22/01/14 Tutta colpa di Freud: Giallini fa il padre, l’amico e lo psicanalista

MILANO. Cosa succede se un padre single fa da psicanalista alle sue tre figlie? E se l’argomento principale dei loro discorsi fosse l’amore in tutte le sue svariate forme? E’ per rispondere a questi interrogativi che Paolo Genovese ha dato vita al film "Tutta colpa di Freud". 

Uno psicologo cinquantenne (Marco Giallini) lasciato solo dalla moglie ad accudire tre figlie di un’età compresa fra i 30 e i 18 anni, si trova, suo malgrado, costretto a vederle stese sul proprio lettino terapeutico. La più grande, Sara (Anna Foglietta), dopo essere stata per anni fortemente convinta della sua omosessualità, decide di rimettersi in gioco con il sesso opposto dopo l’ennesima delusione amorosa. Marta (Vittoria Puccini), libraia, si innamora di un sordomuto che ruba i libri nel suo negozio, mentre Emma, la minore, avvia una storia sentimentale con un quarantenne, per giunta sposato, con la sindrome di Peter Pan (Alessandro Gassman). 

Come rendere tutto più complicato? La moglie di Alessandro (Claudia Gerini) è l’amore segreto del padre delle ragazze.

Il grande potenziale di questo film e rappresentato dal ritorno a una commedia dal senso più classico e d’autore rispetto a quelle dell’ultimo periodo. Le battute e i toni sono caratterizzati da una leggerezza – da non distinguere con il tono scanzonato di altre pellicole – che rende il film mai volgare anche nelle fasi più spinte e concitate. Il tutto amalgamato da un Casting che senza fallo ha portato i suoi frutti. Giallini diverte e permette l’immedesimazione da parte dei padri che hanno il dovere di rimanere tali, prima di essere amici. Foglietta promossa a pieni voti con un’interpretazione che coadiuva la leggerezza e l’importanza di discorsi più profondi, come del resto fanno tutte le figlie. Nella loro rappresentazione di tre amori agli antipodi, ma uniti dallo stesso puro sentimentalismo. Sullo sfondo i pezzi da novanta come Gassman e la Gerini fanno ampiamente il loro dovere.

Unica nota negativa: lo stile di Genovese, che sta entrando di diritto nel panorama comico italiano, risulta essere ancora un po’ acerbo sull’aspetto cinematografico della pellicola, con una comicità che funziona più a sketch che nell’insieme. Ogni scena si chiude con una battuta dall’approccio più televisivo – pubblicitario che filmico, ma è lecito supporre che, una volta tralasciati questi difetti, il regista sia pronto per il grande balzo di qualità.

Marcello Vitiello

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