29/03/18 Manipolati da Social e Società di Marketing: ma a noi importa davvero?

NAPOLI. Non si placano le polemiche sul “Datagate” che, da ormai un paio di settimane, vedono nell’ occhio del ciclone due soggetti: Facebook, il popolarissimo social network che tutti conosciamo, e Cambridge Analityca. Quest’ ultima è una società di consulenza e analisi dei dati britannica che avvalendosi di ricerche psicometriche - attraverso degli algoritmi- si occupa di individuare attitudini e opinioni di milioni di individui riguardo i più svariati temi.

 

I fatti sono ormai noti: Cambridge Analityca avrebbe ottenuto da Facebook i dati di circa 50 milioni di utenti americani del social network. Partendo dai profili social, la società britannica sarebbe riuscita a tracciare, con precisione sorprendente e non poco inquietante, i profili psicologici di questi 50 milioni di individui. Dalle opinioni riguardo la vendita delle armi a quelle sull’ immigrazione, dal cibo al colore preferito. Cambridge Analityca sapeva tutto. Ed in base a queste informazioni inviava, ad ogni singolo utente, pubblicità, notizie modificate- talvolta stravolte- e altri input di vario tipo al fine di indirizzare le scorse elezioni presidenziali statunitensi a favore della vittoria di Donald Trump.

E questa è la notizia che è rimbalzata un po’ dappertutto in modo sensazionalistico e, bisogna dirlo, anche superficiale e incompleto.

 

Si perché c’è dell’ altro. Ci sono altri aspetti della vicenda, che hanno fatto maggiore fatica ad emergere e che ci forniscono un quadro più chiaro dei fatti.

Innanzitutto, Cambridge Analityca non ha ottenuto i dati direttamente da Facebook. C’ è una terza parte che ha fatto da intermediario. Si tratta di Aleksandr Kogan, un ricercatore che nel 2015 sviluppò un’ applicazione chiamata “This is your digital life”. Si trattava, in buona sostanza, di uno di quei “test sulla personalità” che circolano su Facebook. All’ epoca, a fare questo test furono circa trecentomila utenti. Le condizioni di utilizzo di questa applicazione prevedevano il poter avere accesso alla lista degli amici di ogni singolo utente. Ecco perchè, alla fine, il numero dei profili ottenuti sfiorava i 50 milioni di nominativi. Nominativi che poi Kogan vendette a Cambridge Analityca. Quest’ ultima non è si è quindi introdotta illegalmente nel server di Facebook. Ha ottenuto i dati in modo fraudolento, più che illegale.

 

Dal canto suo Facebook, ovviamente rappresentato dal suo cofondatore, presidente ed amministratore delegato Mark Zuckerberg, è stato accusato di non aver mai attuato politiche abbastanza stringenti per tutelare la privacy dei suoi utenti, nonché di aver sempre taciuto riguardo l’ enorme quantità di dati personali di cui Cambridge Analityca era venuta in possesso. Zuckerberg ha infatti ammesso di essere a conoscenza della questione solo una volta che la bomba mediatica era già scoppiata, a seguito degli articoli pubblicati dal The Guardian e dal New York Times. Adesso, l’ imprenditore informatico statunitense fa mea culpa e promette controlli più stringenti per la protezione dei dati.

Non è ancora ben chiaro quali risvolti legali potranno far seguito a tutta questa vicenda.

Una cosa però è certa. Che tutto ciò è molto inquietante. È inquietante pensare che il potere di infilarsi nella democrazia sia nelle mani di aziende private, sono inquietanti le parole di Mark Turnbull, capo della divisione politica di Cambridge Analityca che, nell’ ambito di un inchiesta di Channel 4, ripreso da una telecamera nascosta, afferma: “Non ha senso, in campagna elettorale, inseguire i fatti. Perché non sono quelli a smuovere le persone. A farlo sono infatti due particolari sentimenti: le speranze e le paure”.

 

Ad alcuni potrà sembrare strano, ma lo “scandalo” Cambridge Analityca- società vicina alla destra statunitense- ha in realtà ben poco di scandaloso e soprattutto ben poco di nuovo.

Gli stessi metodi di analisi e di ricerca a fini elettorali furono utilizzati anche durante la campagna elettorale del ex presidente Barack Obama anche se all’ epoca nessuno pensò di indignarsi e di sollevare polemiche come quelle a cui stiamo assistendo oggi. E oltretutto non sarà mai del tutto chiaro quanto certi metodi abbiano effettivamente influito sui risultati elettorali.

 

Vi è ben poco di nuovo in questa vicenda anche perché sappiamo benissimo da tempo che Facebook e Google vendono i nostri dati agli inserzionisti, che cercheranno di rifilarci questo o quel prodotto in base ai nostri gusti di cui loro sono a conoscenza. Tutto il marketing è oramai basato sulla raccolta di dati online a vantaggio delle multinazionali. I dati viaggiano, sono la vera ricchezza del nuovo millennio. E Cambridge Analityca è solo una delle tantissime società- sparse in molti Paesi- che analizzano dati per poi attuare campagne di comunicazione.

Sarebbe stato a dir poco ingenuo pensare che queste società non si sarebbero attivate anche a scopi politici, quando la posta in gioco è altissima.

 

Nessuna novità, dunque. L’ unico aspetto interessante di tutto questo potrebbe, in teoria, essere costituito dalla possibilità di aprire un dibattito interno alla sterminata comunità degli utenti dei social. Un dibattito che potrebbe vertere, ad esempio, su come sia cambiato- e non da oggi- il modo di fare campagna elettorale.

Ma il punto è proprio questo. A chi interesserebbe questo dibattito?

Di certo non all’ utente medio, che spesso non si preoccupa affatto di ricercare modi alternativi per informarsi che vadano oltre ciò che legge sui social, di andare a fondo delle questioni importanti, di farsi un’ idea ben definita delle cose. Un’ idea che provenga da un analisi dei fatti consapevole, oggettiva e ben ponderata.

Ci accontentiamo di sapere quello che ci dicono, senza verificarne le fonti, senza mai provare a metterlo in discussione. E la verità è che a noi sta bene così. Da anni abbiamo la possibilità di interagire con persone che si trovano dall’ altra parte del pianeta, la libertà di postare le nostre opinioni sugli argomenti più disparati. E poi, vuoi mettere la libertà di postare le foto della nostra cena vegana e mettere like a foto di gattini? Il prezzo di tutto questo è stata la nostra privacy, l’ appropriazione dei nostri dati da parte di società che, in modo più o meno subdolo, tentano di convincerci a comprare questo o quel prodotto e a votare per questo o quel candidato. Lo sappiamo bene e siamo ben lontani dal farne un dramma.

 

 Riguardo le nostre convinzioni politiche non sono loro a manipolarci, siamo noi che- pur essendone nel profondo consapevoli- glielo permettiamo, perché è molto più semplice e comodo affidare le nostre scelte ad un informazione sommaria e di parte piuttosto che immergerci nella vera partecipazione politica.

E quindi preferiamo scegliere con la pancia e non con la testa, perché tutto sommato questa opzione non comporta alcuna fatica.

 

Non sono i social e le società di marketing a mettere in pericolo la democrazia, almeno per il momento. Google, Facebook e altri colossi informatici dell’ economia mondiale non fanno altro che insinuarsi ed agire su crepe della società che si chiamano deriva morale, individualismo sfrenato, ignoranza diffusa e frattura tra cittadini e istituzioni.

                                                                                 

                                                                           Gian Marco Sbordone

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