14/07/15 Trattamento pensionistico del personale militare. Parte seconda

ROMA. Continuando nella disamina del trattamento pensionistico del personale militare, sottolineiamo che, giuridicamente, l’ ausiliaria è una categoria del congedo, seppur con talune peculiarità proprie del servizio attivo: per potervi accedere, il militare deve essere in possesso di requisiti  oggettivi e soggettivi; l’ausiliaria comporta obblighi e vincoli, a fronte dei quali il militare percepisce una indennità.

Il personale militare accede all’ausiliaria soltanto nei casi specificatamente previsti dalle norme in vigore. Poiché il militare transitato in ausiliaria deve continuare a mantenere l’idoneità al servizio militare incondizionato, ovviamente deve essere sempre in possesso dei prescritti requisiti fisici e psichici.Secondo la normativa attualmente in vigore, si accede alla categoria dell’ausiliaria, soltanto se il congedo è avvenuto:

per raggiungimento del limite di età previsto per l’arma,  il corpo ed il ruolo di appartenenza; a domanda, sempre che il militare sia in possesso di 40 anni di servizio effettivo (fino al 31.12.’15);  a seguito di “scivolo” ex  D.Lgs. 215/2001; a domanda dall’ aspettativa per riduzione di quadri  (A.R.Q.).

Al momento della cessazione dal servizio attivo, il militare deve sottoscrivere una dichiarazione, con la quale si obbliga ad essere disponibile a prestare servizio, nell’ambito del comune o provincia di residenza, presso l’amministrazione di appartenenza od altra amm.ne, ai sensi del DLgs 498/1997. 

E’ proprio questa disponibilità ad essere richiamato, in qualsiasi momento,  in servizio nell’interesse dell’Amministrazione, in senso lato, una sorta di “reperibilità”, l’elemento dal quale trae origine la correlata indennità: anche durante il servizio attivo, le indennità sono previste proprio per “indennizzare” colui che si trova in particolari situazioni di impiego, disagio, responsabilità, etc. (vedasi  l’indennità di comando, l’indennità di trasferimento, etc.)

La  Circolare M_DGMIL II 5 1 0556029 emessa dalla Dir. Gen. del Personale Militare in data 28.12.2009, e successive modifiche ed integrazioni,  ha stabilito anche che:

in caso di cessazione per raggiunti limiti di età, la dichiarazione di disponibilità al richiamo in servizio dovrà essere presentata dal militare interessato, al proprio Ente\Reparto di appartenenza, almeno 180 giorni prima del raggiungimento della data di cessazione; la medesima dichiarazione dovrà pervenire alla competente Divisione di Persomil almeno 150 giorni prima della data indicata come limite di età; in caso di cessazione “a domanda” dall’ A.R.Q., i termini di cui sopra sono rispettivamente fissati in 45 e 30 giorni prima della data di cessazione.

In merito ai vincoli che tale status impone, si evidenzia che l’art. 55  della L. 113/1954 per gli Ufficiali e l’art. 45 comma 2 della L. 212/83 per i Sottufficiali, oggi art. 994 D.Lgs. 24.02.2012 (aggiornamento del Cod.Ord.Mil.), a pena di decadenza dalla categoria dell’ ausiliaria, prescrivono il divieto di assumere impieghi e/o cariche, in seno ad enti, società od organismi che abbiano rapporti contrattuali con l’A.D.(oggi, come si usa dire, al fine di evitare il cd. “conflitto di interessi”).

In conseguenza di ciò, per tutta la durata dell’ ausiliaria, entro il mese di febbraio di ogni anno, il militare è tenuto a far pervenire al 2° Ufficio Aerogestioni ( per il personale dell’Aeronautica militare) e agli altri Uffici omologhi ( per le altre Forze Armate) la dichiarazione di non aver assunto impieghi, né rivestito cariche presso imprese che hanno rapporti contrattuali con l’amministrazione militare. 

L’art. 3  comma 2 del DLgs 165/97 ha stabilito che il personale militare permanga in ausiliaria:

fino a 65 anni se con limite di età pari o  superiore a 60, ma inferiore a 62; fino a 67 anni se con limite di età pari o superiore a 62, e comunque per un periodo non inferiore a 5 anni.

Il collocamento in ausiliaria è condizionato: dalla domanda del militare con l’esplicita disponibilità al richiamo; dal raggiungimento dei limiti d’età previsti in relazione al grado, corpo e ruolo di appartenenza, ovvero dal possesso di 40 anni di servizio effettivo (prorogato al 31.12.2015), dal possesso dell’idoneità fisica. Il transito nella categoria dell’ ausiliaria è consentito anche in casi particolari quali lo “scivolo”, a 5 anni dai limiti di età, ovvero a domanda, in costanza di ARQ.

A seguito delle previsioni del D.Lgs. 165/1997, la permanenza in ausiliaria che prima era di 8 anni, è stata ridotta dal 2001 a 6 anni e dal 2004 a 5 anni. L’indennità di ausiliaria, per tutti coloro che erano transitati in tale posizione sino al 31.12.2014  era pari al 70% della differenza tra il trattamento di quiescenza percepito ed il trattamento economico spettante, nel tempo, al pari grado in servizio. 

E’ appena il caso di ricordare che il comma 259 dell’art. 1 della Legge di Stabilità 2015 ha rimodulato la percentuale al 50%. 

Vediamo ora quali sono i due effetti dell’ausiliaria:

incremento del trattamento di quiescenza goduto in tale posizione (percezione del 70%, o 50%, di tutti gli incrementi  goduti dall’omologo in servizio); al termine del periodo di ausiliaria,  riliquidazione della pensione con inglobamento nella voce “pensione provvisoria” dell’80% della indennità di posizione ausiliaria, e contestuale attribuzione degli scatti maturati per il periodo di effettiva permanenza in tale categoria (2,5% ogni due anni).

In questo quadro, appare opportuno, per riconoscere il giusto valore all’istituto dell’ausiliaria, proporre all’attenzione del personale una serie di riflessioni, che attengono non tanto al passato, ma agli scenari futuri:

fra  tre anni, si inizierà verosimilmente a liquidare trattamenti pensionistici esclusivamente con il “sistema misto”, che, dalle proiezioni tecniche effettuate, determinerà un “ impoverimento “del 25% rispetto all’ultimo stipendio di servizio; i trattamenti pensionistici che verranno calcolati successivamente con il sistema contributivo puro, subiranno un “gap” di almeno il 40% rispetto all’ultimo stipendio percepito in servizio.

 Tutto questo è la logica conseguenza del passaggio da un sistema avente come parametro di riferimento la retribuzione, ad un sistema basato invece, sulla contribuzione come parametro di calcolo, il tutto accompagnato dalla inevitabile considerazione circa il valore pressoché risibile delle aliquote del coefficiente di trasformazione.

All’epoca della riforma delle pensioni, attuata con la L. 335/1995, il legislatore aveva certamente previsto il progressivo impoverimento dei trattamenti pensionistici, tanto da concepire correttivi pensati proprio per riequilibrare la perdita di potere d’acquisto da parte dei pensionati,  come la ” previdenza complementare” – secondo pilastro (la cd. pensione complementare ottenuta attraverso  i “fondi pensione”) e la “previdenza integrativa”  - terzo pilastro (cd. “pensione integrativa” ottenuta attraverso forme di assicurazione privata):

 Purtroppo, dopo venti anni dalla riforma, nessun correttivo è stato adottato al fine di contrastare il progressivo impoverimento dei trattamenti pensionistici, e, pertanto, l’unico istituto in grado di colmare il vuoto normativo è ancora oggi rappresentato dalla ausiliaria che funziona proprio come una pensione complementare, in quanto è l’unico strumento di cui dispone il personale militare per diminuire il gap che si viene a creare, in modo sempre più pesante, fra lo stipendio di servizio e la pensione che gli viene erogata al termine del servizio stesso. Si consideri peraltro, che durante l’ausiliaria il personale continua a versare i contributi previdenziali ed assistenziali, gravanti sulla entità globale della pensione, nella stessa percentuale prevista durante il servizio attivo sullo stipendio: 8,80% + 0,35% + 1% quando il reddito lordo supera un importo che annualmente viene rideterminato, appare incontrovertibile che tale “pensione complementare” si possa legittimamente ipotizzare come “autofinanziata”, quindi senza oneri per l’amministrazione. Infatti il valore degli importa trattenuti a titolo di contribuzione agli interessati risultano sempre superiori a quelli erogati a titolo di indennità di ausiliaria.

Come si è osservato sopra, si consideri che durante il periodo di ausiliaria, il personale può essere richiamato nell’interesse della stessa amministrazione di appartenenza, o di altra amministrazione, attraverso lo strumento dei cd. “richiami dall’ausiliaria senza assegni” , il che significa, di fatto, che il soggetto interessato continua a percepire lo stesso trattamento pensionistico “sia che lavori da richiamato, sia che stia a casa propria”, e quindi non è azzardato affermare che il suo lavoro sia da considerarsi  “a costo zero”  per l’Amministrazione che ne fruisca.

Al di là delle molteplici affermazioni “demagogiche” sull’argomento, si osservi che questa tipologia di richiami costituisce un mezzo prezioso per l’Amministrazione che può continuare a utilizzare la professionalità di tanti soggetti dei quali si è dovuta privare, sia perché colpiti dai limiti di età, sia prematuramente estromessi dalla vita lavorativa a causa dei ben noti provvedimenti legati al ridimensionamento delle FF.AA. (ARQ).

Senza questo mezzo, l’unico modo per poter fruire della competenza professionale di un soggetto ormai cessato dal servizio attivo è costituito da un “contratto di consulenza esterna”. Sappiamo tutti, ormai, quanto questo rimedio sia oltremodo costoso per l’Amministrazione:  pertanto, perché si dovrebbero sostenere oneri altissimi per avere ciò che si può avere praticamente a costo zero?

Tornando all’esame dei provvedimenti  introdotti dalla Legge di Stabilità 2015, con l’art. 1 - comma 707  si  è  apportato una radicale modifica  alle previsioni dell’ art. 24 comma 2 della L. 214/2011 (legge di stabilità 2012) che aveva introdotto per il personale regolato dal sistema cd. “retributivo” il sistema contributivo cd. “pro rata” con effetto dal 1 gennaio 2012: si propone, di seguito, il testo fedele del predetto comma 707:

“All’art.24 comma 2 del D.L. 201/2011, convertito con modificazioni dalla L. 214/2011 è aggiunto il seguente periodo: in ogni caso, l’importo complessivo del trattamento pensionistico non può eccedere quello che sarebbe stato liquidato con l’applicazione delle regole di calcolo vigenti prima della data di entrata in vigore del presente decreto, computando, ai fini della determinazione della misura del trattamento, l’anzianità contributiva necessaria per il conseguimento del diritto alla prestazione, integrata da quella eventualmente maturata fra la data di conseguimento del diritto e la data di decorrenza del primo periodo utile per la corresponsione della prestazione”.

Non si può fare a meno di constatare come il testo proposto sia a dir poco “ermetico”, e di certo non immediatamente  comprensibile per “ l’uomo della strada” che non è tecnico della materia.

Vediamo di cercare di comprendere la reale portata di questo provvedimento: in buona sostanza, se si era già in possesso della aliquota pensionabile massima dell’80%,  alla data del 31 dicembre 2011, la quota “C” pro rata maturata a far data dal 1 gennaio 2012 (che, aggiungendosi alle quote “A” e “B”, avrebbe consentito il  lievitare del  valore della pensione oltre l’80%) non può più essere riconosciuta, perché in ogni caso il trattamento pensionistico del personale appartenente al sistema retributivo non può oltrepassare la soglia dell’80% concessa dalla pregressa normativa. 

Nel caso in cui non si fosse già in possesso della massima aliquota pensionabile dell’80%, sempre alla data del 31 dicembre 2011, occorre procedere al cd. “secondo calcolo”, eventualmente integrando la percentuale mancante al raggiungimento dell’80% con “l’anzianità contributiva necessaria per conseguire il diritto alla pensione, e, se del caso anche da quella anzianità contributiva occorrente alla maturazione della finestra mobile”. Con il successivo comma 708, si è  introdotto il principio secondo il quale  “Il limite di cui al comma 707 si applica ai trattamenti pensionistici, ivi compresi quelli già liquidati alla data di entrata in vigore della presente legge, con effetto a decorrere  dalla medesima data.

Tale norma, con un innegabile “retrogusto” di discutibile retroattività, ha determinato l’obbligo di provvedere ad  controllo “a tappeto” dei trattamenti pensionistici determinati negli anni 2012, 2013 e 2014, e, ove del caso, ad addebitare il “quid pluris” .  

Vediamo ora come appare  l’attuale sistema pensionistico per capire  ” quando si può andare in pensione”.Poiché il controverso  “Regolamento di armonizzazione” sostenuto dall’allora Ministro Elsa Fornero  non è stato mai emanato, allo scopo di fugare dubbi e perplessità,  il Messaggio 545  diramato in data 10.01.2013 dalla Direzione Centrale Previdenza dell’INPS, offre un sintetico, ma completo e chiaro quadro di situazione.

Nel ricordare quanto già esplicitato circa gli incrementi legati alla speranza di vita, ed alla introduzione della finestra mobile, si riporta, di seguito, uno specchio analitico di casistiche circa possibili cessazioni anticipate (a domanda, quindi) dal servizio : 

Raggiungimento anzianità contributiva di 40 anni + 3 mesi (valido sino al 31 dicembre 2015); Anzianità contributiva >= 35 + età >= 57 anni + 3 mesi (valido sino al 31 dicembre 2015); Raggiungimento, entro il 31.12.2011, della max anzianità contributiva =80%+ età>=53 anni + 3 mesi.

Per l’accesso alla pensione di “vecchiaia”, vediamo quali sono i requisiti : raggiungimento dell’età anagrafica massima prescritta dai singoli ordinamenti (cd. “limite di età ordina mentale”), congiuntamente al requisito contributivo previsto per la generalità dei lavoratori con l’osservanza del regime delle decorrenze introdotto dalla legge 122 del 2014, ovvero la finestra mobile.

In ogni caso, come confermato da più dicasteri, il collocamento a riposo d’ufficio continua ad avvenire in corrispondenza dell’età massima per la permanenza in servizio, come fissata dai singoli ordinamenti, e non adeguata agli incrementi della speranza di vita , se al compimento di detto limite di età siano già soddisfatti i requisiti prescritti per il diritto a pensione.

 Al contrario, nel caso in cui si raggiunga il limite di età senza aver maturato i requisiti minimi richiesti per l’accesso al pensionamento ad anzianità.

 Sperando di fare cosa utile, nel prossimo articolo prenderemo in esame i quesiti più frequenti posti dal personale in procinto di lasciare il servizio.

 

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