24/05/18 Francavila ed altri orrori: cosa sta succedendo alle persone?

FRANCAVILLA (CHIETI) - Siamo oramai purtroppo abituati – per non dire assuefatti – a notizie di cronaca di un certo tipo. Notizie che raccontano di drammi familiari, di famiglie distrutte, di esseri umani che, dietro un’ apparente normalità, sono consumati dalla disperazione, logorati da esaurimenti nervosi. Esseri umani che decidono di mettere fine all’ esistenza dei propri cari, dei loro stessi figli, prima di uccidere anche se stessi.

Quella di Francavilla, in provincia di Chieti, è solo l’ ultima delle tragedie – oramai quasi quotidiane- di cui siamo venuti a conoscenza.

Nella circostanza, un padre di famiglia, Fausto Filippone, ha dapprima ucciso sua moglie gettandola dal balcone di casa. L’ aveva attirata lì con la scusa di fare delle foto, per poi spingerla nel vuoto. L’ uomo si è poi messo al volante per andare a prendere la figlia Ludovica, che si trovava in un appartamento poco distante. “Vieni con me, ho una sorpresa”, le avrebbe detto. Padre e figlia sono giunti con l’ auto su di un viadotto dell’ autostrada A14. E’ qui che Filippone ha dapprima spinto sua figlia nel vuoto – pare che la piccola sia morta sul colpo -  per poi suicidarsi (dopo quasi sette ore di trattative con psichiatri, forze dell’ ordine e familiari che nel frattempo erano accorsi sul posto) gettandosi dallo stesso punto del viadotto.

 La domanda che sorge spontanea è come possa una mente umana riuscire a partorire un simile abominio per poi realizzarlo con una tale freddezza ed efferatezza.

Molti sembrano sorpresi da un aspetto della vicenda: il fatto che Filippone non avesse problemi economici, che fosse anzi un conosciuto e stimato manager di una nota ditta di abbigliamento. Allora, se aveva i soldi, perché tanta follia?

Per il semplice fatto che i soldi non sono tutto.

Per spiegare certi eventi sarebbero tantissime le considerazioni da fare, ma non si può non partire da un elemento. Filippone, da tempo, soffriva di una fortissima depressione, che pare fosse sopraggiunta in seguito alla morte della madre.

La depressione è un problema. E’ un problema che molto presto ci accorgeremo di non potere più ignorare. I dati sono allarmanti: secondo l’ Agenzia per il Farmaco e l’ istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa, i soggetti affetti da depressione nel nostro Paese sarebbero quasi il 20% della popolazione. Un valore quattro volte superiore alla media europea.

Molti studiosi sostengono che entro il 2030 la depressione sarà la malattia più diffusa al mondo, nonché la prima causa di giorni di lavoro persi per disabilità.

E la cosa peggiore è che viviamo in una società in cui persiste un vero e proprio stigma nei confronti di questa malattia. Depressione è infatti sinonimo di debolezza.

Non sorprende che l’ uomo che a Francavilla si è reso protagonista di gesta così atroci fosse visto da tutti come una persona assolutamente serena e normale. La società non accetta chi mostra le proprie debolezze, indossare una maschera è la prassi, bisogna fingere.

Viviamo vite inautentiche, artefatte, sempre più lontani dalla nostra vera natura e dai nostri veri bisogni. Siamo immersi in un contesto di continua, frenetica competizione e tutto questo lo viviamo da soli, chiusi in noi stessi, ognuno nella propria bolla di isolamento dal resto del mondo, essendo la nostra una società a fortissima connotazione individualista, in cui la dimensione del collettivo – quella dei rapporti autentici con gli altri e della vera condivisione - sta scomparendo sempre più.

Non siamo più presenti a noi stessi, siamo alienati dai social, dai programmi con al centro la cronaca nera, che hanno letteralmente invaso e monopolizzato i palinsesti di ogni emittente televisiva. Siamo spaventati, spaesati, incattiviti, non ci fidiamo più gli uni degli altri e siamo sempre più incapaci di chiedere e di dare aiuto.

 Tutte queste considerazioni, ovviamente, prescindono dalla scontata e ferma condanna verso chi compie gesti così disumani. Verso chi trascina nel proprio abisso di dolore e di morte anche giovani e innocenti vite che nulla avevano a che vedere con i motivi della pazzia che andava via via formandosi nella mente di chi le ha stroncate.

La massima condanna etica, morale e - quando possibile - penale è giusta e insindacabile, così come è umanamente comprensibilissima la rabbia che molti riversano sugli autori di simili abomini.

Ma, a monte di tutto questo, è chiaro che al punto in cui siamo sarebbe di vitale importanza fermarci. Fermarci e riflettere su dove stiamo andando, come società e come singoli.

Occorre un totale cambio culturale, una società in cui parlare del disagio e della sofferenza non sia visto come un tabù, una società in cui non ci si debba vergognare dei nostri fallimenti e del nostro dolore e in cui ci si senta liberi e sereni nel chiedere aiuto. E, soprattutto, c’ è assoluta urgenza di una società che riprenda a mettere al centro l’ uomo. Non i consumi, non i mercati, non la ricchezza, non il profitto ma l’ uomo, con i suoi ritmi naturali, con i suoi bisogni e le sue vere esigenze.

Il dramma è rendersi conto che stiamo andando- in maniera sempre più inesorabile – nella direzione opposta, al punto che viene da chiedersi se abbiamo forse già superato il punto di non ritorno.

Se un cambiamento è ancora possibile, questo non può che essere innanzitutto interiore, deve partite da noi stessi, dalla nostra consapevolezza e dalle nostre coscienze.

E’ solo cominciando a mettere in discussione questa società sempre più opprimente e claustrofobica che possiamo avere speranze di miglioramento.

Solo provando – per quanto possibile - ad emanciparci da modi di vivere assurdi, da dinamiche che ci vogliono tutti contro tutti, sempre più schiavi, sempre più ansiosi e perennemente insoddisfatti potremmo forse intravedere una via di uscita.

 Altrimenti, il rischio è che certe tragedie della solitudine, della disperazione e del collasso nervoso diventino la normalità. E non siamo poi così lontani da uno scenario simile.

Tutto può e deve partire da noi. Perché credetemi, non esiste nessun amministratore, nessun politico, nessun nuovo partito, nuovo Premier o nuovo Governo che possa venire a salvarci.

 

                                                                                                                                                          Gian Marco Sbordone

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