04/05/18 CONSIDERAZIONI SULLA GIORNATA MONDIALE DELLA LIBERTA' DI STAMPA

ROMA - Ieri, 3 maggio 2018, si è celebrata la venticinquesima edizione della Giornata mondiale della libertà di stampa, patrocinata dall’ Unesco ed istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre del 1993.

Come ogni anno il fine è quello di sensibilizzare l’ opinione pubblica circa l’ importanza della libertà di stampa e invitare i Governi a vigilare e proteggere sull’ effettivo esercizio della libertà di espressione dei giornalisti, avendo come presupposto il rispetto dell’ articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani : “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”

 

Sono molti i Paesi del mondo in cui il fatto di esercitare la professione di giornalista, o semplicemente di provare ad esprimere e a divulgare la propria visione su ciò che accade, costituisce un serio rischio per la propria libertà e integrità fisica. Spesso il prezzo da pagare è altissimo e consiste nel rimetterci la vita.

I dati ci spiazzano e sono agghiaccianti: dal 2012 al 2016 – secondo l’ ultimo rapporto dell’ Unesco (World Trends in Freedom of Expression e Media Development Report) sono stati uccisi 530 giornalisti, una media di due a settimana. E a rendere il quadro ancor più aberrante vi è il fatto che di questi omicidi 9 su 10 restano praticamente impuniti.

 

In ordine cronologico, il teatro dell’ ultima barbarie di cui siamo venuti a conoscenza è stato l’ Afghanistan. Qui, solo pochi giorni fa, 9 tra giornalisti, fotografi e cameramen sono rimasti uccisi da due attentati terroristici nel centro di Kabul, nella zona vicino al quartier generale della Nato.

 

Non si può fare a meno di notare come, quando si parla di libertà di stampa, i discorsi finiscano sistematicamente per scivolare sulla posizione che l’ Italia, di volta in volta, si trova ad occupare nella classifica pubblicata ogni anno dal “World Press Freedom Index”, una graduatoria stilata da un’ organizzazione non governativa internazionale che, in linea teorica, avrebbe lo scopo di “misurare” il livello di libertà di stampa nei vari Paesi del mondo. Quest’ anno l’ Italia si attesta al 46esimo posto, seguendo gli Stati Uniti che ci precedono di una sola posizione. (l’ anno scorso il nostro Paese fu collocato alla posizione numero 77 dell’ elenco)

 

Ci siamo ormai abituati all’ ondata di indignazione e di allarmismo che segue la pubblicazione di questa classifica in cui l’ Italia occupa posizioni così basse ed è preceduta da Paesi come la Namibia e il Burkina Faso.

Il fatto è che non si tiene presente che certi dati dovrebbero essere presi con le pinze e non per oro colato. Per farlo, è sufficiente considerare che la stima del livello di libertà di stampa di un determinato Paese è “calcolata” fornendo agli abitanti un questionario da compilare chiedendo di quantificare (ad esempio con un voto da 1 a 10) quanto si percepisce essere libera la stampa all’ interno della propria nazione. Si tratta quindi di dati estremamente approssimativi, dato che la libertà di stampa è un qualcosa di difficilmente quantificabile.

Ad ogni modo, la classifica pone al primo posto la Norvegia; sul podio troviamo poi un altro Paese scandinavo- la Svezia- e l’ Olanda. L’ ultima posizione, invece, è occupata dalla Corea del Nord.

 

Certo, mai abbassare la guardia, basti pensare al fatto che in Italia – stando ai dati dell’ Osservatorio “Ossigeno per l’ informazione” – solo nel 2018 sono stati 76 i cronisti a ricevere minacce ( 3574 dal 2006 ad oggi).

Sia chiaro, la situazione italiana non è affatto delle più rosee e la possibilità per i giornalisti di esprimere il proprio pensiero con serenità è indubbiamente assai più limitata rispetto a quanto avviene in Norvegia, Svezia ed in molti altri Paesi dell’ Europa del Nord. Ma la realtà che viviamo è anche, fortunatamente, distante anni luce da quella di Paesi dilaniati da guerre, dittature e colpi di Stato. In cui regimi autoritari osteggiano, incarcerano e spesso eliminano fisicamente qualunque voce fuori dal coro anche lontanamente percepita come minaccia al potere.

 

Dunque, nella Giornata della libertà di stampa, fermo restando sia sacrosanto fermarsi a riflettere sul fondamentale e vitale concetto di libertà di espressione, qual è l’ aspetto legato alla stampa sul quale, nel nostro Paese, vi è un maggiore bisogno di soffermarsi? La qualità.

Qui da noi- come probabilmente in buona parte d’ Europa - il vero problema risiede più che altro nella QUALITA’ dell’ informazione. Quanto, effettivamente, la stampa in Italia riesce a renderci più informati e consapevoli?

Con l’ avvento dell’ era digitale e dell’ informazione online abbiamo assistito, nel corso degli anni, ad un progressivo, inesorabile e sconfortante abbassamento dello spessore dei contenuti giornalistici. (sempre meno giornalistici e sempre più “acchiappa click”)

 

Se apparentemente siamo informati su tutto, nella realtà dei fatti abbiamo una visione degli eventi estremamente frammentaria e approssimativa, spesso faziosa. Ciò è dovuto principalmente a due aspetti, che rappresentano, in fin dei conti, due facce della stessa medaglia. Il primo: molti di coloro che si improvvisano giornalisti hanno scarsa conoscenza degli argomenti di cui trattano e, oltre a questo, tendono a fornire un interpretazione dei fatti spesso condizionata dalla voglia di osteggiare l’ avversario politico di turno. Per dirla con parole più brusche ma più schiette, si vendono. E ciò ovviamente va a discapito della trasparenza e della correttezza dell’ informazione.

 

Ma è il secondo aspetto che probabilmente deve metterci più in guardia, l’ altro lato della medaglia. Abbiamo un problema: siamo sempre più svogliati, sempre più pigri e meno propensi ad informarci in modo analitico e dettagliato. Tendiamo a ricercare fonti di informazione che non fanno altro che confermare le nostre opinioni e pregiudizi. Perché – diciamocelo chiaramente – è molto più comodo concepire l’ informazione in questo modo che provare a compiere lo sforzo di modificare, o semplicemente rivedere in parte, le nostre idee.

La mia è probabilmente una visione utopistica, ma nell’ Italia che vorrei - una nazione civile, democratica e avanzata – attraverso giornalisti di maggior integrità e spessore morale e cittadini più consapevoli – anche la stampa, insieme alla famiglia e alla scuola, sarebbe chiamata alla responsabilità di assolvere ad una funzione educativa del Paese.

                      

                                                                                                                                                  Gian Marco Sbordone

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