04/10/17 Benessere e suicidi: il paradosso del Giappone

TOKYO. Può un paese in cima alle classifiche di livello di tecnologie avanzate, sviluppo economico, servizi essere contemporaneamente al primo posto della graduatoria, molto meno invidiabile, di suicidi per anno? Nel caso del Giappone, la triste risposta viene dalle 30mila lacrime versate ogni anno per ogni vita, giovane o meno, che si spezza così. 30mila suicidi all'anno nel Sol Levante, una cifra spaventosa, che non può non indurre a cercare un perché.

Attribuire esclusivamente alla modernità un dato simile é una tentazione forse legittima ma altrettanto probabilmente superficiale; più sensata è un'analisi attenta del retaggio tradizionale ed antropologico di una Nazione dalla cultura millenaria, a cui per certi versi (e al netto degli innumerevoli vantaggi e aspetti sfruttati positivamente in terra nipponica) le esigenze del Duemila e di mercato hanno dato il più classico dei colpi di grazia. 

In teoria, in Giappone ci sarebbero tanti motivi per cui essere felici. Criminalità ridotta al minimo, longevità, democrazia solida, benessere, servizi avanzati. Perché a dominare sembra essere allora questo senso di irrimediabile infelicità? Perché basta scavare nemmeno troppo a fondo per portare alla luce una crisi di amore, di empatia, di umanità che spaventa e allarma (in forme diverse e forse più lievi non ne siamo così lontani neppure noi). Una testimonianza emblematica è quella di Shinohara Eiji, 26enne sopravvissuta al suo stesso suicidio: la deridevano fin dalle medie per il suo peso in eccesso, con la tacita complicità di insegnanti ignavi; decise di tagliarsi le vene dei polsi, la salvarono per il rotto della cuffia. Fa impressione sentirla raccontare del suo incontro con i genitori al ritorno dall'ospedale, e descrivere l'abbraccio del padre come "il primo ricevuto da lui in vita mia".

Stabilire dove inizino le cause e dove gli effetti è impresa ardua, ma certo non aiuta un Paese soffocato dal suo stesso maniacale e talvolta tossico senso di responsabilità, di disciplina, di follia dell'ordine. Il Giappone è l'unico Paese tra le potenze mondiali ad avere nel suo vocabolario un termine (karoshi) che indica specificamente le morti da lavoro. Sì, perché in Giappone di lavoro si muore: la competitività è spietata, logorante, micidiale. Non ci si gode le ferie per paura di un licenziamento in tronco, si lavora 18 ore al giorno per settimane, mesi, anni, ci si disintegra la salute, finché non si regge più. Non si può pensare che tutto questo non abbia un'influenza sulle personalità più deboli e, in generale, sulle relazioni affettive: qui si divorzia in media, letteralmente, una volta ogni due minuti. La vita professionale, massacrante, uccide anche la coppia, quel residuo di amore rimasto che si cerca faticosamente di preservare in uno stato che sembra cercare in tutti i modi di schiacciarlo sotto i piedi. E da qui lo sfogo disordinato e ossessivo delle pulsioni nella pornografia esasperata ed eccessiva, le automutilazioni, i gesti incontrollati. Né aiuta la versione nipponica della pena di morte, particolarmente rigida e crudele: qui non esistela cultura del perdono o della rieducazione per chi sbaglia gravemente: e può succedere (anzi, é la norma) che vieni condannato senza che la tua famiglia venga a saperlo, finché la posta non le consegna il pacco con le tue ceneri.

Difficile, arduo cambiare una cultura dal giorno alla notte; ma è viva la speranza che il vertiginoso aumentare di episodi di questo tipo sia quantomeno servito a qualcosa: ad aprire la strada verso un risveglio non di coscienze, ma di amore. Di quell'umanità che a volte nascondiamo o ci fanno nascondere, ma che alberga in ciascuno di tutti noi. Anche a Tokyo. 

 

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